News

Lunedi 10 Maggio 09:43

Il saluto di Mario Arceri: ' I miei 40 anni da giornalista in viaggio con il basket'

 
Mario Arceri, firma storica del nostro basket, ha concluso in questi giorni il suo rapporto di dipendente con il quotidiano sportivo "Corriere dello Sport - Stadio" di cui è stato Capo Servizio e Caporubrica Basket per numerosi anni. Di seguito pubblichiamo un suo saluto attraverso legabasket.it.

"Da alcuni giorni, e dopo oltre quarantuno anni, ho concluso il mio rapporto di dipendenza dal Corriere dello Sport-Stadio, pur proseguendo la collaborazione professionale con la testata. Apprezzo quindi in modo particolare la Lega Basket per lo spazio che mi ha cortesemente messo a mia disposizione su Legabasket.it, consentendomi di rivolgere a tutta la pallacanestro di vertice, ma anche ai tantissimi appassionati che quotidianamente "entrano" nel sito, alcune considerazioni che, dopo così tanti anni di professione, ritengo doverose. Anche se con un po' di imbarazzo: è la prima volta che scrivo un pezzo… su di me.
Sono stati anni assai belli, per uno che da adolescente andava ogni domenica al Palazzetto dello Sport ad assistere alle partite interne di Lazio e Stella Azzurra. Che ha avuto la fortuna di indossare, peraltro per brevissimo tempo, la maglia del club biancoceleste. Che dalle sue esperienze di piccolo tifoso prima e di scarsissimo atleta poi, si è visto crescere dentro il seme potentissimo dell'amore per questo sport.
Un amore nato sui…banchi di scuola, grazie ad un professore di educazione fisica triestino, Marchi, che in quarta ginnasio, al Visconti, mise subito in chiaro fin dalla prima ora di lezione che al Collegio Romano non avrebbe tollerato nessun… calcio al pallone. Vecchio compagno di squadra di Cesare Rubini, il prof sosteneva che l'unica disciplina adatta ai giovanissimi liceali era la pallacanestro, da giocarsi con le mani e con la testa, mai con i piedi. Il suo insegnamento fu talmente convincente da farmi abbandonare il calcio.

Che poteva fare un ragazzo che amava il basket, ma che si trovava di fronte sempre e inevitabilmente compagni ed avversari più bravi di lui? Che più tardi, trovando un impiego nel più grande Istituto di Assicurazioni dell'epoca, ebbe come vicino di scrivania Cafiero Perrella, l'head-coach di quella Lazio che, da junior, aveva qualche anno prima frequentato spiando la sera gli allenamenti dei "grandi"?
Quel ragazzo è cresciuto con i racconti di uno dei più importanti allenatori di quel tempo, ora suo collega, bevendosi letteralmente le sue storie di avventure e di personaggi oggi leggendari.
Perrella fu quello che fondò la Lazio Basket nel 1936 ottenendo ascolto e comprensione dal generale Barisondo, presidente all'epoca della Polisportiva biancoceleste, fu quello che con Giordani, Morbelli, i fratelli Stefanini, Tracuzzi, Cerioni, Guerrieri, Giancarlo Primo e tanti altri, dette vita alla "Roma University" che, dopo la Liberazione, sfidava gli americani alla Cavallerizza subendo severe lezioni, ma apprendendo il vero basket. E Perrella fu anche quello che, negli anni cinquanta, oltre ad allenare prima la AS Roma e poi la Lazio (e in seguito la prima squadra femminile romana, la Bumor Roma, crescendo talenti come le sorelle Ferrante, l'Acquaviva o Patrizia Scodavolpe), gestì la rubrica basket sul Corriere dello Sport, unendo anche il giornalismo alle tante altre sue poliedriche attività. Cafiero oggi ha 93 anni, portati benissimo: lo considero il mio secondo padre. Soprattutto perché fu lui darmi la forza di lasciare un impiego sicuro, il "posto fisso", per andare là dove mi portava il cuore: un campo di basket, ma - dovendomi fermare ai bordi - con una macchina da scrivere, per raccontare quello che vedevo, per prendere parte - anche se in una posizione e in una condizione ben diversa da quella che sognavo da adolescente - allo spettacolo dei canestri.

Chi è riuscito, con tanta buona volontà e, confido, un pizzico di interesse, a leggermi fin qui, sa ora come e perché è nata la mia professione: il giornalismo, prevalentemente di basket. Certo, debbo ringraziare Andrea Girelli, un ex viscontino che, incuriosito da una notizia che portai al Corriere su certe iniziative del Collegio Romano, volle conoscermi e mi affidò i primi incarichi.
Cominciai seguendo le Forze Armate a Vigna di Valle: allenava un certo Valerio Bianchini… L'anno successivo il colonnello Picchiottini e il capitano
Marinangeli portarono in panchina Sales. La mia prima trasferta all'estero fu un Cism a Damasco: il ct era Tonino Costanzo, in squadra Quercia e Kunderfranco, Buzzavo e Pieric, Celoria e Calderari.
Dal 1969, quando misi per la prima volta piede nella redazione del Corriere dello Sport, ad oggi sono passati oltre quarant'anni. Un paio di generazioni nella vita, sette od otto nello sport. Comunque quattro decenni nel corso dei quali ho visto il basket uscire dalla nicchia di sport di culto, quasi una religione o una filosofia per noi che giocavamo all'aperto, sul piastrellato dei playground oratoriali, o ci allenavamo d'inverno nel freddo e nell'umidità dei Cavalieri di Colombo, l'ultimo circolo sulla sponda del Tevere prima di Piazza Mancini, e ad un canestro solo perché l'altro era immerso nella nebbia, con il "professore" (Guglielmo Pinto) che ogni sera tirava fuori dal bagagliaio
della sua Sunbeam rossa una decina di palloni.

In quarant'anni il basket è cresciuto, si è fatto adulto, con i suoi ragazzi
migliori ha raggiunto la Nba, quell'oggetto misterioso e mitizzato quando io cominciavo e che ora, con la globalizzazione, non ha più segreti. E in questi quarant'anni, che mi hanno regalato sette Olimpiadi, quattro Mondiali e sedici Europei, oltre a quasi tutte le finali delle Coppe europee, per limitarmi al solo basket (ma andrebbero aggiunti gli eventi più importanti di atletica leggera, di scherma, di ginnastica, di pallanuoto), la pallacanestro ha conquistato sempre più credibilità, spazi, seguito, entusiasmi e passioni, diventando il secondo sport in assoluto in Italia, sicuramente penalizzato dalle cifre ufficiali della sua penetrazione nel costume e nella cultura sportiva del nostro Paese.

Ho avuto maestri illustri: Zelio Zucchi, Guido Ercole, Andrea Girelli, Gianni Menichelli, Roberto Fabbri, Marco Cassani, Lello Barbuto, naturalmente Aldo Giordani, il numero uno, l'uomo a cui il nostro sport deve la sua esplosione mediatica con il martellante lavoro in tv, con le pagine del Guerin Sportivo, con il lancio di Superbasket. Ed ho avuto compagni di viaggio altrettanto importanti, autentici fuoriclasse, come Emanuela Audisio, Maurizio Roveri, Gabriele Tacchini, Gianni Decleva, Massimo De Luca, Franco Lauro, Massimo Carboni, Enrico Campana, Oscar Eleni, Claudio Pea, Werther Pedrazzi, Paolo Viberti, Grigoletti, Lorenzo Sani, Mario Natucci, Luigi Maffei, Sandro Aquari,
Fabio Maccheroni. Grandissimi professionisti, magari divisi da sana concorrenza professionale: da tutti ho appreso qualcosa, a tutti mi hanno sempre legato stima e affetto profondi.

La mia… longevità mi ha portato a lavorare con le nuove generazioni del
giornalismo di basket: ragazzi altrettanto preparati, bravi e propositivi:
Flavio Vanetti, Walter Fuochi, Luca Chiabotti, Carlo Annese, Andrea Tosi, Massimo Oriani e Andrea Pugliese, Piero Guerrini, Carlo Santi, Giorgio Viberti, Flavio Tranquillo, Paola Ellisse e il loro fantastico staff di Sky-basket, Franco Montorro, Stefano Valenti, Fabrizio Fabbri e i "miei" Andrea Barocci, Claudio Limardi, Roberto Zanni, Francesco Carotti. E dovrei citarne tantissimi altri, così come tutti i bravissimi colleghi dei diversi uffici-stampa, con il loro prezioso e indispensabile contributo professionale, ma l'elenco sarebbe davvero lungo: sono tutti nel mio cuore. Credo infatti sia importante, a conclusione di un percorso così lungo, ricordare uomini che hanno avuto carriere giornalistiche di assoluto prestigio, riportare all'attenzione di chiunque segue il basket oggi, e soprattutto dei più giovani, nomi che hanno (in senso letterale) scritto la storia del nostro sport, ragazzi (per l'entusiasmo e al di là della carta d'identità) che hanno contribuito in maniera determinante alla crescita del basket in Italia con il loro modo di comunicare, con stili diversi e a volte opposti, ma con la stessa intensa passione.

Un robusto aiuto ce l'ha dato il basket stesso. Nel 1969 cominciava la grande epopea di Varese, con dieci finali consecutive di Coppa dei Campioni, e tornava a crescere la Nazionale con le prime medaglie vere ('71 e '75). Negli anni settanta si consolidava il miracolo della piccola Cantù. E intanto le riforme di Claudio Coccia davano interesse ai campionati e imponevano la modernissima propositività del nostro sport, rendendolo un modello per tutte le altre discipline di squadra.
Il simbolo di quegli anni (e per cinque lustri) è stato Dino Meneghin, al
quale debbo - perdonatemi questa citazione personale - il Premio Ussi-Coni che mi fu attribuito per un'intervista al personaggio che più di ogni altro per longevità e per somma di risultati simboleggia la nostra pallacanestro. Fu realizzata nel 1990 per i suoi quarant'anni: avrebbe continuato a giocare per altre quattro stagioni. Ora è il presidente della Federazione, succedendo a uomini come Mairano, Scuri, Coccia, Vinci, Petrucci, Maifredi. Gianni Petrucci oggi è il presidente del Coni: quale migliore testimonianza dell'importanza anche formativa della nostra pallacanestro?

Ho vissuto episodi di intensa emozione: l'oro di Nantes e quello di Parigi,
l'argento olimpico di Atene dopo l'impresa di Stoccolma, e prima il bronzo di Stoccarda e l'argento di Roma. Ho vissuto purtroppo anche il declino della Nazionale in questi ultimi cinque anni. Ho vissuto i trionfi nelle Coppe di Varese, Milano, Cantù, Rieti, Roma e Bologna. Insieme ai miei colleghi sono cresciuto con Paratore, Primo, Gamba, Bianchini, Messina, Tanjevic, Recalcati. Seguirò con affetto e con il mio "tifo" più intenso Simone Pianigiani nella sua nuova scommessa. Ho avuto l'immensa fortuna professionale di raccontare le imprese più belle di Azzurra, delle nostre squadre migliori e dei loro campioni italiani, e di ammirare i tanti fuoriclasse stranieri che si sono succeduti in Italia: Bill Bradley, Doug Moe, Radivoje Korac anche se solo da spettatore, ma
poi da giornalista Spencer Haywood, Driscoll, Schull, Sutter, Jeelani,
Sojourner, Gervin, Gilmore, Hawkins, McAdoo, Gianelli, Carroll, D'Antoni, Wright, Wilkins, Oscar, Dalipagic, Kukoc, Cooper, Radja, Danilovic, Djordjevic, Ginobili. Impossibile citarli tutti, ma permettetemi di ricordare l'emozione della visita al mio giornale di Julius Erving, il Doctor J, mio personale mito di sempre, così come l'incontro, nel 1983 ad Inglewood nel tempio dei Lakers, della Nazionale e dei giornalisti con Jabbar, Magic Johnson e Larry Bird. E poi l'amicizia con Boris Stankovic, Patrick Baumann, Antonio Diaz Miguel, Sergei Belov e Dejan Bodiroga, veri gentiluomini del parquet.
Sono un uomo del Sud, capirete e giustificherete le sensazioni speciali
provate con gli scudetti di Roma e Caserta, la bella ancorché breve parabola della Viola, il ritorno di Brindisi, l'orgoglio e le vittorie di Avellino.

Perché tanti nomi? Perché sono convinto, nel momento di voltare una pagina significativa della mia vita, dell'importanza della memoria. Il nostro basket è fatto di leggende e di racconti, che hanno scritto uomini come Tracuzzi e Van Zandt, Paratore e Primo, Rubini e Gamba, Bianchini (carissimo amico) e Dan Peterson (quanti cartellini rossi!), ed oggi Messina, Scariolo, Pianigiani, senza trascurare la profonda impronta lasciata da un maestro come Nikolic, né quella dei molti bravissimi allenatori che negli anni hanno forgiato talenti eccezionali. Una memoria che non va assolutamente dispersa, che, come in ogni storia, va invece riproposta e ricordata: siamo così perché così eravamo. In una società che brucia ricordi ed esperienze, che frantuma, sotto l'aggressione di tecnologie sempre nuove, il passato prossimo, viene meno il desiderio, ancor più l'esigenza, di voltarsi e guardare indietro. Eppure sarebbe necessario, per non sperperare un patrimonio ricchissimo di valori,
salvare la memoria, ricordare quest'Italia che per tantissimi anni è stata
seconda solo agli Usa e all'Urss, battendosela di volta in volta con la
Cecoslovacchia, il Brasile, la Jugoslavia. E ricordare il Varese o l'Olimpia o
la Virtus che hanno dominato in Europa negli anni '70, '80 e '90, così come la piccola Cantù che costruiva campioni e vinceva più Coppe del Real Madrid.
In quanti lo rammentano ancora? Quanti ne hanno avuto notizia tra i
giovanissimi (tifosi e atleti) di oggi? E quanto sarebbe utile invece, anche
per stimolare l'orgoglio di essere all'interno di una fantastica tradizione,
riproporne le storie e i personaggi?

Vi chiedo scusa per questo lunghissimo "pezzo". Probabilmente, riga dopo riga, ho perso sempre più lettori. Ma se avete avuto la pazienza di arrivare fino a questo punto, vi ringrazio. Abbandono un ruolo, quello di capo servizio e responsabile del basket nel Corriere dello Sport-Stadio, ma, continuando la collaborazione professionale, continueranno anche le occasioni di incontro. Fermandomi, è stato inevitabile dare uno sguardo non a quello che ho lasciato alle spalle, ma a quello che ho vissuto finora e che continuerò a vivere. Alle tantissime persone che ho conosciuto, colleghi, atleti, tecnici, dirigenti, ben consapevole che da ognuno
ho tratto qualcosa: un consiglio, un suggerimento, una proposta, un contributo. Mi hanno arricchito interiormente, con grande generosità, mi consentono oggi di valutare con serena soddisfazione la positività del bilancio della mia vita professionale.

Lascio alla vigilia dei play off: sono convinto che la corsa verso lo scudetto sarà spettacolare e combattuta. Lascio mentre la Nazionale si rinnova e cerca di trovare la via giusta per risalire in fretta: sono sicuro che Pianigiani farà un ottimo lavoro. Lascio, infine, mentre, dopo anni di tensioni, litigi e incomprensioni, si apre una fase nuova tra le diverse componenti del movimento: mi auguro che la collaborazione sia sincera e produttiva. Il basket ha bisogno di risolvere in fretta i suoi problemi: l'Europa, l'intero mondo dei canestri vanno di corsa, è ora che anche l'Italia si metta al passo dei migliori. L'impongono la sua tradizione, i suoi risultati, l'attenzione crescente di cui gode la nostra pallacanestro.
Vi seguirò con la passione di sempre, e vi abbraccio, tutti: mi avete regalato emozioni, spero di averle ripagate con la correttezza, la professionalità del mio impegno e l'onestà intellettuale con cui ho sempre svolto il mio lavoro.
Ma non mi mancherete, perché continueremo a stare assieme. In fondo, cambio solo posto: dalla tribuna della stampa alla tribuna del pubblico, tra la gente che ama il basket: la mia gente.

mario.arceri@libero.it

ULTIME NEWS