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Martedì 26 Novembre 10:11

Recalcati e la sua Milano: 'Emozionato dall'Ambrogino ma ora penso solo a Montegranaro'

 


Carlo Recalcati ha vinto scudetti da giocatore e da allenatore. E medaglie con la Nazionale, facendo canestro lui o mettendo i suoi giocatori nelle condizioni di riuscirci. Eppure l'Ambrogino d'oro gli viene assegnato da allenatore di Montegranaro. Lontana da Milano, la città come la realtà della pallacanestro. "Sarò un romantico e pure superato, come dice il mio amico Gianni Corsolini. Ma l'emozione di questo riconoscimento mi ha davvero toccato. La prima reazione è stata "è uno scherzo". Poi è arrivata la conferma". L'Ambrogino d'oro, che prende il nome dal patrono della città, è la massima onorificenza conferita dal Comune di Milano. Milanese lei lo è, ma se ne ricorda ancora dopo una mezza vita passata in Brianza ed il resto tra Bergamo, Varese, Reggio Calabria, Siena, Bologna ed ora Montegranaro? "A Milano vivono tanti pezzi della mia famiglia, ed un salto si fa sempre volentieri. E spesso. Da milanese, l'Ambrogino l'ho sempre visto come un premio inarrivabile, guardando alle personalità che lo ricevevano. Ed anche indipendente dalla professione che fai. Mi potevo aspettare un Oscar del Basket, un premio da allenatore dell'anno. Questo, onestamente, no". Che persegua logiche diverse è testimoniato dal fatto che la sua traiettoria, a Milano, non è mai passata, né da giocatore né da allenatore. Possibile? "Come giocatore fui visionato dall'Olimpia al centro giovanile Pavoniano. Io ero 1.82 e grassottello. Un mio compagno era 2.04 e longilineo. Presero lui. Ed io andai a Cantù". E quando la cercarono, inseguivano una bandiera. "Ero a fine carriera, da giocatore, a Parma, in B. Dan Peterson cercava gente di esperienza per allungare le rotazioni, avendo anche la Coppa dei Campioni. Parlammo del ruolo. Ma sapevo che cercavano pure una cosa diversa e presero Premier: giovane, in crescita". Diciamo che invece, cercando un allenatore, i criteri di una selezione sono diversi. "Nel periodo di Gabetti parlai con Morbelli. Ma ai tempi ero legato a Reggio Calabria ed i contratti valevano ancora qualcosa". Insomma, premiano col riconoscimento più ambito un milanese che ha passato la vita a far la guerra a Milano. "La sostanza può apparire questa... Il cruccio di non aver mai potuto indossare la maglia della mia città, e contribuire ai suoi successi, resta. Poi diciamo che, di riflesso, la milanesità l'ho onorata con qualche buon risultato altrove". E' anche un po' ingrato, Recalcati. Le comunicano dell'Ambrogino e lei batte Varese. Altro pezzo di vita vissuta, uno scudetto. "E' stata una motivazione in più. Ma la realtà è che l'anno scorso, per salvarci, abbiamo dovuto fare un'impresa doppia complici le troppe sconfitte in casa. Ed allora dal vincere le partite a Porto San Giorgio non possiamo proprio esimerci. Varese come chiunque arriverà da noi". Un anno fa eravate ad Ancona, ora il ritorno pieno nella vostra vecchia arena, per quanto resti mezza neutra rispetto alla cittadina di provenienza. Vi aiuta? "Non è che Porto San Giorgio ci stia dando più pubblico, rispetto ad Ancona. Però quei 2000-2200 qui li senti. Sono più vicini al campo, i giocatori avvertono più calore". Riuscita la prima, è la seconda missione impossibile salvare di nuovo la Sutor? "Se non fossi stato qui forse non avrei accettato. Le problematiche sono note a tutti, riguardano un passato ancora oggi finanziariamente gravoso. Ma ho deciso di proseguire nell'opera, lavorare affinché si risolvano ed al tempo stesso non si ripetano". Con lei la causa l'hanno sposata in due, tra i giocatori italiani. Intesi come quelli che le cose le capiscono, le sanno, e non va loro spiegato nulla. "Daniele Cinciarini è rimasto, sapendo e ben consapevole. Come Valerio Mazzola, che ha accettato una decurtazione dello stipendio". Resta la componente non italiana, sei pezzi del roster nel vostro caso. Come si veicola il messaggio "situazione complessa"? "Con l'esperienza dello scorso anno. Quando un americano decise di andarsene, Steele. E gli altri rimasero, fidandosi di cosa dissi loro: "Investite su voi stessi". Tra questi c'era Burns, che avrà pure i soldi che reclama. Ma nel frattempo ha firmato in Russia a 400.000 dollari, grazie alla qualità della stagione completata con noi. Oggi vale per Mayo, Skeen, per lo stesso Collins. Che ha conosciuto la NBA, ma ha capito che questa può essere la stagione del suo lancio in Europa. Ricordo sempre loro quanti, per arrivare a Siena, sono passati da Cantù". Torniamo a Milano, ma intesa come l'Olimpia. La favorita. "Sta mostrando importanti segnali di crescita. Quando si parla di scudetto però non bisogna mai farsi distogliere l'attenzione dalla vicende di stagione regolare. Milano potrebbe anche non vincerla ma nei playoff, giocando ogni due giorni, è la favorita di quel campionato completamente diverso da quello che si sta giocando ora. Vale l'esempio di Siena lo scorso anno". Parliamo anche del campionato degli altri, Recalcati. "Bisogna saper essere capaci di godere di quello che si ha. Inutile recriminare su cosa è stato. O su cosa si vorrebbe che fosse. Si possono analizzare gioco, ricercatezza stilistica o strategìe da panchina. Ma non ho mai creduto che sia questo il succo della popolarità di uno sport. Semmai equilibrio ed incertezza. Bene, ne abbiamo da vendere". Al punto da trovarsi con Brindisi sola al comando. "Notizia estremamente positiva. Vuol dire che le gerarchie non sono cristallizzate, che c'è spazio per chi investe e chi lo fa bene può emergere".

Stefano Valenti

Repubblica.it

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