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Lunedi 19 Gennaio 12:00

Ricetta Messina: 'Italia, insisti sui giovani'

 
Nella sua seconda vita americana, Ettore Messina si è concesso un altro piacere: esser ricevuto alla Casa Bianca con gli Spurs. «Ero di fronte al palco, fra quelli che nella stagione scorsa non c'erano, a un passo dal presidente: dopo Putin ho visto da vicino anche Obama», racconta il tecnico italiano che davanti è arrivato più volte di tutti, sul campo e nei primati: la più recente risale a un paio di mesi fa, quando ha sostituito l'indisposto Popovich, diventando il primo allenatore nato fuori dagli States a guidare un club Nba. L'ha fatto secondo consolidato stile della casa: due presenze, due vittorie. Messina, com'è la seconda volta in Nba rispetto alla prima? «Molto diversa. Ai Lakers avevo un contratto di due anni, ma nella mia testa volevo fare un'esperien- za di un anno, che il lockout ha anche accorciato. Poi il mio ruolo era da vecchio saggio: guardavo, studiavo, vivevo da vicino un grande campione come Kobe Bryant e l'organizzazione del club. Qui è un'altra cosa». In che senso? «Sono un po' il Giordano Consolini (suo storico vice, ndr) di Popovich, il primo consigliere. Mi è stata data l'opportunità di fare cose che mi gratificano sono felice di dare una mano. E mi ha fatto piacere, quando Pop non stava bene, che si siano affidati a me per guidare la squadra in partita». Ci spiega il mondo Spurs in tre parole? «Un posto dove c'è una fortissima identità, dove hanno una profonda conoscenza dei propri limiti e di come fare al meglio le cose per superarli, una grande condivisione di tutto ciò che si fa. Parlando di tecnica, noi non abbiamo il giocare da isolare e dargli la palla dicendogli 'pensaci tu': tutto passa attraverso meccanismi costruiti e il coinvolgimento di tutti i giocatori». Si chiama giocare a basket... «Oppure old school, vecchia scuola. Gli Spurs provano a farlo sapendo di poterlo fare bene. Senza manifestarlo troppo: questo club non è mai sui social network o sui siti pettegoli, se c'è un problema si risolve all'interno. E' una disciplina non imposta, ma condivisa». Come sta la comunità bolo- ¦¦ Sulla A poco da dire, dal 1995 nulla è cambiato Il Paese? E' in crisi di valori gnese di San Antonio? «Molto bene. Ginobili ha qualche acciacco, Belinelli ne avuti anche troppi, ma sono molto partecipi. Manu è un uomo importante, ha leadership e dà immagine a questa squadra. Marco si è inserito benissimo». E' stato facile per lei entrare in questo gruppo? «Quando una macchina va, la prima preoccupazione è essere accettato: bisognava entrare in sintonia con uno stile, lo sto facendo». Lo sa che la indicano già come il successore di Popovich? «E' un discorso che non ha senso: sono appena arrivato da un altro angolo del mondo, sto cercando di capire come funziona. Come posso pensare: adesso prendo il posto di uno come Pop? Scusate l'immodestia, mi ritengo più intelligente». In Texas arrivano notizie sul campionato italiano? «Certo. Quando non succede, mi informo io». Cosa ha capito? «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Brutto segno. «Le rispondo con un dato. Se prende la rassegna stampa del 1995, dagli obiettivi della Lega all'impegno dei giocatori in Nazionale i te- mi sono gli stessi: non è cambiato niente». Purtroppo non è cambiato neanche il Paese... «Non voglio parlar di politica. Mi limito a un'osservazione: abbiamo subito la crisi economica, come tutti, ma ci abbiamo aggiunto la crisi di valori. E' la consecutio che non va bene: uscire dalle difficoltà economiche sarebbe stato più facile senza la corruzione e il resto». Gli Usa, invece, sono ripartiti. «Ne parlavo con Pop, che è un grande studioso di questioni politiche e civili perché in lui il basket è una parte e non il tutto: ciò che colpisce è che sotto l'amministrazio- ¦ ¦ Ho nostalgia di quando si giocava con due stranieri che imparavano la lingua ne di Obama l'economia si è rialzata e i valori di disoccupazione sono tornati positivi, eppure il presidente è contestatissimo». Torniamo al basket italico: ha visto il lavoro che sta facendo il suo amico Valli con la Virtus? «Un eccellente lavoro: spero vada avanti così. E' un bel segnale». Di cosa? «In un momento così, con Reggio Emilia che fa giocare italiani interessanti, la Virtus che dà spazio a Fontecchio, sta uscendo un buon nucleo di giocatori nuovi. Sommando a questi i quattro della Nba, c'è la possibilità di fare un buon lavoro con la Nazionale». C'è una strada che il basket italiano deve ritrovare? «Guardi, io sono un nostalgico di quando c'erano due americani, quasi sempre di qualità. O di quando arrivavano stranieri come Danilovic, Savic e Nesterovic che dopo due mesi parlavano la nostra lingua: facile dirlo, ma con tutto il rispetto adesso sembriamo la Lega di Portorico, dove la cosa più diffìcile con tutto questo andirivieni di stranieri è l'identificazione. Anche se sono il primo a rendermi conto che ci sono logiche economiche che hanno portato a questo». Nelle difficoltà economiche, sarebbe però più utile costruire: non crede che l'Italia, più che agli stranieri scarsi, dovrebbe dar spazio ai giovani fatti in casa? «E' una ricetta. Qualcuno, come la Virtus, ci stia provando». Messina, uno come lei che ha visto e vinto tutto si è già dato un obiettivo per il futuro? «Non guardo più in là di domattina».

Angelo Costa

Il Resto del Carlino

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