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Venerdì 17 Aprile 15:06

Dionigi, un Rettore a canestro: 'La mia passione per il basket tra Pesaro e Bologna'

 
“A Pesaro, la mia città, è difficile che mi chiamino Magnifico. C’è già Walter…” Sorride, il professor Ivano Dionigi, Magnifico Rettore dell’Università di Bologna, ma dietro una semplice battuta non è difficile individuare la sua profonda passione per la pallacanestro. Che, assicura, dalle sue parti si respira nell’aria e si coltiva fin dall’infanzia. “Nella mia città, chiunque non si occupi di basket non è nemmeno considerato degno di definirsi pesarese. Io, purtroppo, il mio entusiasmo non ho potuto trasportarlo in campo. Ho giocato a calcio, ma nel basket dovevi chiamarti Maggetti o Ossola per superare l’ostacolo dei centimetri che mancavano. Però da ragazzo ho iniziato vedendo giocare gente come Ferello e Pickens, sono amico di Franco Bertini. Ancora adesso per me quella squadra resta la Scavolini, mi viene naturale chiamarla così. E credo sia anche giusto, per tutto quello che un imprenditore innamorato dello sport ha dato a quella società. La sua scelta definitiva, quella di prendere decisioni importanti tra la squadra e un’azienda dove si prospettavano problemi di cassa integrazione, dimostrano la serietà dell’uomo e dell’industriale”. Intanto, sempre più spesso lei viene “avvistato” nel parterre della Unipol Arena. “Accetto con piacere gli inviti del mio amico Renato Villalta. Bologna è parte della mia vita, qui ho messo le basi del mio percorso universitario. E anche qui sono sempre stato a contatto col mondo della pallacanestro. Da studente abitavo in via San Felice 93, una delle tappe obbligate era il bar Donini, dove gravitava Beppe Lamberti, pesarese come me, e dove ho anche avuto il piacere di vincere partite a tressette in coppia con Aza Nikolic. Ricordo che anche quando si vinceva lui riusciva a farmi le pulci sugli errori che avevo commesso…” Insomma, viveva nel cuore della Città dei Canestri, proprio quando stava prendendo coscienza di essere tale. “E il basket ci ispirava. Ricordo che una volta, proprio in San Felice, organizzammo un ponte radio e trasmettemmo, un po’ da “pirati”,una partita tra Virtus e Scavolini in diretta. Per dire dell’entusiasmo che ci guidava”. Che idea si è fatto della Virtus di questa stagione? “Penso che se dovesse arrivare ai playoff avrebbe vinto il suo scudetto. Era partita per salvarsi, non lo dimentichiamo. Con il budget che aveva, la società ha fatto grandi cose. Quest’anno sono andato già diverse volte a Casalecchio, a tratti ho visto un basket divertente, come piace a me”. In generale, però, par di capire che lei si senta “orfano” di quello del passato… “Non mi riferisco alla Virtus in particolare, ma ammetto che quando mi soffermo a vedere certe partite la prima sensazione che provo è che “c’era una volta il basket”. Oggi il fisico conta tantissimo, ma al di là dei discorsi puramente tecnici vedo meno passione, in campo ma anche intorno al campo. Nella pallacanestro che ho conosciuto e vissuto io si sputava sangue su ogni pallone, c’era un senso condiviso di sacrificio e impegno, andare a vedere il basket era un avvenimento della “civitas”. Ricorda la Scavolini che vinceva lo scudetto? C’erano Magnifico, Gracis, Costa, Zampolini. C’era un’anima italiana che contava tantissimo”. Virtus e Pesaro domenica incrociano i loro destini. Con che spirito guarderà la partita? “Intanto, spero di esserci, ho un impegno fuori Bologna e dovrò correre per arrivare in tempo. Ricordo che all’andata, a Pesaro, ero in parterre accanto a Renato e mi arrivavano sms dagli amici. “Come ti vediamo male in quel posto…”, e cose di questo tenore. Mi prendevano in giro. La Virtus, alla fine, la portò a casa allo sprint. La mia speranza, oggi, è che ognuno raggiunga i suoi traguardi. Per la Virtus, oggi che la salvezza non è più un problema, significherebbe arrivare ai playoff, per Pesaro assicurarsi la permanenza in A, più per debolezza altrui che per forza sua. Ma certamente loro verranno qui senza nulla da perdere, e la Virtus dovrà fare molta attenzione. Tra i giocatori di Paolini, mi affascina la figura di Chris Wright, uno che ha combattuto la Sla e sa cosa vuol dire confrontarsi col destino ogni giorno. Credo che il suo esempio possa trasmettere voglia di impegnarsi e di lottare”. C’è un’altra squadra che le sta particolarmente a cuore. Il Cus Bologna. “A volte anche esageratamente. Al playground dei Giardini Margherita, che abbiamo vinto, sono andato in panchina coi ragazzi e per poco non ho rischiato di beccarmi un tecnico. Quella è davvero una pallacanestro che mi esalta. Risultato a parte, mi sono divertito come non mi succedeva da tempo”. Quindici titoli italiani universitari, quattro dei quali con lei alla guida dell’Università di Bologna. E uno storico terzo posto europeo. E’ un basket che ha bisogno di sostegno, e lei non lo fa mancare. “Forse è ancora poco, bisognerebbe fare di più. Ma abbiamo rimediato ad alcune avversità, ci stiamo dando da fare. In generale, l’Alma Mater deve curare con attenzione lo sport, essere presente. Gli studenti sono gioventù, e lo sport è parte integrante della crescita delle persone. In più, il basket è simbolo del “noi”, del gioco di squadra. Come le dita di una mano. Cinque, a rappresentare il quintetto, il tiro, lo spirito di gruppo. Voglio essere presente, per lo sport universitario: il mio sogno resta far diventare la Staveco un’area destinata agli studenti, con spazi per lo sport e il tempo libero”.

Marco Tarozzi

Sito Uff. Virtus Bologna

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