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Martedì 10 Gennaio 09:12

Dalla carrozzeria alla serie A. Lepore: 'La mia passione per salvare Cremona'

 
Nella giornata che ha chiuso il girone di andata (all'appello manca solo il derby Cantù-Milano in programma martedì alle 20,45) e che ha definito la griglia della Final Eight di coppa Italia di metà febbraio a Rimini, la sorpresa è arrivata dal fondo della classifica dove Cremona sbancando Reggio Emilia ha vinto la seconda partita consecutiva (cosa che non gli era mai riuscita finora) e ha agganciato Varese lasciando alla squadra di Caja (con cui al momento ha lo scontro diretto a favore) l'ultimo posto in classifica. La stagione della Vanoli ha subito una scossa poco meno di un mese: via dopo tre anni Pancotto e squadra affidata a Paolo Lepore, classe 1977, una vita da assistente, al primo incarico da capo allenatore in serie A. Il più giovane coach del campionato. Coach Lepore, Cremona non aveva mai vinto due partite in fila in questa stagione. C'è riuscita passando a Reggio Emilia, parquet dove finora tutti - Milano compresa - ci avevano lasciato le penne.
"Era importante, dopo il successo con Varese, dare un ulteriore segnale, far capire a tutti che questa squadra è viva ed ha voglia di lottare. Essere riusciti a vincere su un campo difficile come quello di Reggio credo sia qualcosa di importante. Non credo che la nostra vittoria vada sminuita, la Reggio Emilia di ieri è la stessa che poche settimane fa ha battuto Milano. Bravi noi a giocare una grande partita".
Fino a qualche settimane fa lei era 'soltanto' lo storico assistente della Vanoli, nove stagioni a Cremona e poco spazio sotto i riflettori. Nel giro di un mese è diventato il più giovane allenatore della serie A e ha rimesso in piedi una stagione che non ne voleva sapere di svoltare.
"In queste settimane si sono mescolate tante emozioni. Da un lato il dispiacere per quanto successo a Pancotto, con cui ho condiviso tre anni e mezzo di lavoro e soddisfazioni, dall'altro la voglia di aiutare quella che per me è più di una semplice società. Sono qui da nove anni, e sento la responsabilità essendo cresciuto professionalmente in questa società. Con una buona dose di incoscienza ho accettato un incarico in una situazione difficile contando sul fatto che questa è una squadra formata da ragazzi che hanno voglia di allenarsi e di raggiungere un obiettivo, la salvezza, che dobbiamo al presidente Vanoli".
Dove inizia la sua storia di allenatore? "Da Avellino, dove sono nato e dove giocava mio zio (Gigetto Valentino, storica bandiera del club irpino, ndr). Mi è sempre piaciuto allenare, da giocatore davo l'anima ma non avevo fisico e talento per continuare. Però volevo rimanere in questo ambiente che mi piaceva troppo. Ho iniziato nella società del mio paese, Ombriano, un club piccolo ma strutturato, con un buon settore giovanile. In quel periodo lavoravo in una carrozzeria, come perito meccanico facevo le revisione alle auto. Alle 17 staccavo e fino a mezzanotte ero in palestra ad allenare i ragazzini e a fare il vice in serie D. E' stata una scuola di vita, ho avuto la possibilità di sbagliare senza la pressione del risultato".
Quando è arrivata la chiamata di Cremona si è trovato davanti una scelta non facile.
"Ho deciso di lasciare un lavoro sicuro, un contratto a tempo indeterminato, per inseguire un sogno. In testa avevo solo la pallacanestro e non volevo avere rimpianti. Sono stato fortunato, quando la Vanoli mi ha chiamato in A2 siamo stati subito promossi in serie A, ormai la mia vita di professionista era iniziata".
Lei crede al destino? "Se devo pensare a quanto successo in queste settimane assolutamente sì. La prima partita da capo allenatore in serie A l'ho giocata contro Avellino, alla terza ho sfidato Caja con cui avevo lavorato nella Sperimentale. Diciamo che ho avuto il mio bel da fare per gestire tutte queste emozioni".
A quali allenatori si ispira? "Per Ettore Messina ho una sorta di adorazione, è sempre stato un punto di riferimento. Adesso mi piace molto Trinchieri e come fa giocare il Bamberg".
La sua promozione è solo l'ultimo caso di quella che sta diventando una tendenza: puntare sulla soluzione interna quando c'è da cambiare. Prima di Cremona lo hanno fatto, con ottimi risultati, Capo d'Orlando e Venezia.
"La scelta di Cremona è stata sicuramente audace, perché non è da tutti affidare la panchina di una squadra di serie A ad un debuttante. Secondo me il ragionamento che fanno i club è semplice: chi è all'interno dello staff conosce già le dinamiche, si è già fatta un'idea delle problematiche da affrontare. Nel mio caso è stato anche più semplice perché sono qui da tanto e conosco un po' tutti. La mia fortuna è quella di avere un grande staff, da Andrea Zanchi che ha scelto di farmi da vice, al preparatore atletico passando per i miei assistenti".
Peccato fermarsi proprio ora.
"Forse sarebbe stato meglio cavalcare l'onda ma credo che ai ragazzi faccia bene un po' di riposo. Mi piace pensare a questa sosta come ad una opportunità e non a qualcosa che può spezzarci il ritmo. Il campionato è uno sprint non una maratona e io sono convinto che i giorni di riposo siano importanti quanto quelli di allenamento''.
Finisse oggi il campionato Cremona sarebbe salva.
"Ma io al mio presidente non chiederei nulla, lo ringrazierei dell'opportunità e lascerei a lui la scelta di tenermi o meno. So benissimo che questo lavoro è fatto soprattutto di vittorie, che in una settimana può cambiare tutto. Io non sono il più bravo, il più furbo, non ho più esperienza degli altri, sono il più giovane ma di sicuro ci metto tanta passione. Ho la fortuna di restare con i piedi per terra, è il mio mantra quotidiano".

Nicola Apicella

Repubblica.it

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