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Venerdì 31 Marzo 08:14

Caja, l'oro di Varese: 'Ma non parlo di playoff, ho in testa la salvezza'

 
Non ha saputo rinunciare al richiamo del cuore, come spesso gli è capitato in carriera. Attilio Caja è tornato a predicare basket a Varese a fine 2016, accettando ancora una volta la panchina in corsa. Due anni fa subentrò a Gianmarco Pozzecco, stavolta a Paolo Moretti, sempre con l'obiettivo della salvezza nel mirino. Il tecnico pavese non si è perso d'animo e i suoi ragazzi hanno infilato cinque vittorie consecutive nelle ultime cinque giornate. L'aritmetica non permette ancora a Varese di dirsi salva, ma a sei turni dalla fine la permanenza nella massima categoria sembra una formalità. Ci sarebbe il sogno playoff alle porte: il pragmatismo di Caja, almeno per il momento, è ferreo. Cinque giornate fa eravate in piena lotta salvezza, costretti a sgomitare per non finire nel burrone; ora la vostra classifica è ben diversa e all'orizzonte potrebbe esserci addirittura l'obiettivo playoff...
"No no, assolutamente. Dobbiamo ancora sgomitare per prenderci i due punti che ci mancano per la salvezza, non voglio pensare ai risultati delle altre squadre, dobbiamo prenderceli con le nostre mani, continuando a fare quello che abbiamo fatto fino ad ora. Non possiamo perdere energie pensando agli altri, dobbiamo rimanere concentrati su noi stessi e sulle nostre cose. Mancano sei partite, abbiamo otto punti di vantaggio e c'è uno scontro diretto tra Pesaro e Cremona: ci mancano due punti per la salvezza. Abbiamo visto come si stava male quando si stava dietro, ora vorremmo toglierci definitivamente da quella posizione. Dobbiamo chiudere il cerchio, abbiamo fatto tanto. Siamo vicini, è inutile negarlo e fare della retorica: vediamo lo striscione dell'arrivo, serve ancora l'ultimo passo per superarlo".
Nella squadra è scattato qualcosa oppure queste cinque vittorie sono semplicemente l'ultimo passo di una crescita graduale?
"Un po' tutte e due le cose. Se penso alle prime sconfitte del girone di ritorno, e ci metto anche l'ultima dell'andata contro Torino, ritrovo già dei segnali positivi. La squadra giocava bene ma ci mancava la continuità: dieci minuti buoni, due-tre brutti, sette di alto livello, cinque non buoni. Sono state partite che abbiamo condotto per larghi brani, purtroppo in mezzo a tanta qualità era venuta meno la continuità. Da Pistoia in poi qualcosa è cambiato. Con la continuità sono cresciute la condizione fisica e la fiducia. L'apprendimento nel nostro sistema ha fatto il resto e siamo arrivati alla quadratura del cerchio. Contro Capo d'Orlando è stata la migliore gara delle nostre cinque vittorie".
Prima della sfida con la Betaland chiedeva ai suoi di alzare ulteriormente l'asticella e si è vista in effetti la partita più completa: ognuno ha portato il mattoncino necessario per la vittoria. "Assolutamente sì, l'ho detto anche ai ragazzi in allenamento. Avevamo vinto a Brescia e gli esteti avevano detto: 'Facile vincere, tirando il 55% da 3 e con Johnson da 30 punti'. Con Capo d'Orlando è stato l'esatto opposto: 4/18 da 3, Johnson ha fatto 0/5, Maynor 0/3. Ma abbiamo vinto perché abbiamo altri valori, con sole 9 palle perse contro le 18 di Capo d'Orlando. Siamo andati benissimo a rimbalzo, è stata la vittoria della compattezza, del gioco di squadra. Tirare il 55% da 3 ti aiuta molto, per vincere con il 20% bisogna andare a cercare in altre aree della partita le risorse necessarie. La squadra è stata eccellente perché ci è riuscita con i rimbalzi, con le palle recuperate, con la difesa di squadra".
A proposito di questi valori, quanto conta l'apporto non appariscente di un ragazzo come Ferrero, sempre pronto a fare il suo per la squadra?
"C'è stato un momento, due mesi fa, in cui poteva essere un esempio da seguire per tutti. Devo dire che da due mesi a questa parte la strada che lui ha percorso gli altri l'hanno seguita alla grandissima. In questo momento di squadra, di condizione psicofisica altissima, la sua incidenza è pari a quella degli altri".
Quanto l'ha aiutata arrivare in corsa in un club con il blasone di Varese e potendo contare su giocatori che già conosceva?
"Sono due fattori che mi hanno aiutato molto. Avevo già fatto un grande lavoro con alcuni ragazzi qui, c'erano un rapporto e una credibilità. Sono arrivato con la squadra penultima e che perdeva praticamente sempre: la credibilità che ci eravamo conquistati due anni fa con ragazzi come Maynor, Eyenga e Kangur è stata importante. Anche nei momenti difficili hanno mantenuto la fiducia nel lavoro perché lo avevano già fatto in passato: sapevano che si poteva uscire da questa situazione. Ho anche sentito la fiducia dell'ambiente nei miei confronti, parlo di stampa e tifosi: quando i risultati non arrivano, ti devi aggrappare a qualcosa. Questo credito che avevamo costruito nel passato ci ha permesso di tenere duro quando non si vedeva la luce e il tunnel era lungo. Nonostante i risultati non brillantissimi da subito, abbiamo avuto modo di lavorare sul tesoretto del passato".
Per ironia del calendario, vi capita il derby lombardo contro un'altra squadra rigenerata dal cambio di allenatore, con l'arrivo di un simbolo del basket italiano come Carlo Recalcati. Che partita sarà? "Sarà una sfida difficile, importante per due motivi: i punti che ci servono per la salvezza, visto che con un risultato positivo taglieremmo il traguardo, e il significato storico del derby. Sono partite sempre belle dal punto di vista emotivo, vorremmo riuscire a restituire a Cantù la sconfitta dell'andata: non ero presente ma so che hanno vinto in casa nostra, sarebbe bello vincere lì, anche per i nostri tifosi. Siamo sul rettilineo finale, vogliamo prenderci la salvezza".

Marco Gaetani

Repubblica.it

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