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Martedì 22 Ottobre 16:45

L'annuncio di Aaron Craft: 'Lascio il basket, farò il medico'

 
Chiudendo gli occhi la prima immagine che appare è Ohio State University. La facciata rosso mattone con le finestre bianche latte e il polmone verde interno da cui muovono linee geometriche. È l'università più grande degli Stati Uniti, «quella che - al di là del basket - ha accompagnato la mia transizione da ragazzo ad adulto, il luogo dove torno d'estate assieme a mia moglie Amber» e che presto ridiventerà scenario abituale. La medicina sostituirà il basket, lo studio teorico e le prove empiriche in corsia archivieranno pick&roll, esecuzioni di arresto e tuo e «steals», le palle rubate, divenute attributo peculiare anche nella ribalta europea. Aaron Craft, 28enne playmaker e leader silenzioso della Dolomiti Energia Trento, la scelta in cuor suo l'ha già compiuta. A gennaio ha superato il test di ammissione alla Medical School di Ohio State University, lo stesso ateneo dove nel 2014 si era laureato in Scienze dell'alimentazione, un sogno da bambino che precipita sul parquet di un campo di pallacanestro, materializzando la chiusura anticipata di una carriera. Craft non è mai convenzionale, disancorato dallo stereotipo dello sportivo dedito alla cura di sé. Le sue parole inseguono sempre l'altro, in tutte le sue forme, con il sottofondo di una fede che declina al plurale.
«La passione per la medicina è qualcosa che coltivo da bambino perché amavo matematica e scienze. Ora mi affascina il fatto che richieda di coniugare talento e dedizione. Alla fine della mia vita spero di essere stato più di un giocatore che si tuffa per recuperare un pallone, il mio obiettivo è aiutare gli altri e servire al meglio la società in cui vivo. Ci sono diversi modi per farlo, certamente, ma il percorso di medicina è quello che più mi si addice e può offrirmi l'opportunità di vivere un'esistenza che non sia solo concentrata su me stesso», spiega la point guard bianconera, originaria di Findlay (Ohio, of course), che in questi anni ha destinato parte delle sue retribuzioni al percorso di studio, non ultimo il compenso ricevuto per il successo al «The Tournament», il torneo americano agostano con un premio di due milioni di dollari che pone di fronte squadre di ex studenti universitari.
«Sono stato felice di aver scelto Trento. Il general manager Salvatore Trainotti ha compiuto un lavoro egregio con la squadra, mi ha sempre ascoltato, ha compreso quello di cui avevamo bisogno io e la mia famiglia. Ma questo sarà il mio ultimo anno, mi sento pronto per prendere un'altra strada», annuncia Craft.
Un bivio simile lo aveva imboccato anche al primo anno in riva all'Adige, nella stagione 2016/17 quando centrò la finale scudetto poi persa con Venezia: «Comunicai la decisione al mio agente, ma tre settimane dopo mi disse di controllare su Google se potevo essere interessato a giocare nel principato di Monaco. Accettai, posticipando il ritiro». L'anno dopo fu la chiamata del Buducnost e le sirene dell'Eurolega a rimettergli addosso la canotta, quindi il ritorno a Trento come eroe dei due mondi per raddrizzare una stagione di retroguardia. «Ma ora, davvero, non saprei cosa potrebbe farmi tornare indietro. Ho deciso di giocare un altro anno perché a gennaio è nato mio figlio Owen, volevo che Amber potesse occuparsi di lui senza pensieri prima di cercare un lavoro», sottolinea.
Il doppio talento di Craft, intellettuale e sportivo, si manifesta alla Liberty-Benton High School. Si congeda come «valedictorian» - lo studente incaricato del discorso di commiato alla luce del rendimento scolastico, peraltro Aaron ricompone il cubo di Rubik in meno di un minuto («Lo ammetto, sono un nerd») - e guida, nei ruoli cerebrali di playmaker e quarterback, le squadre di pallacanestro e football americano («Sono posizioni che mi consentivano di decidere e di condurre la squadra, creando le situazioni favorevoli per il successo dei miei compagni. Ho scelto il basket, poi, per la sua velocità»).
Alla Ohio State University la consacrazione, anche di una certa interpretazione del basket che si realizza nella fase difensiva e nell'altruismo. Il seme è pronto a germogliare: nel 2015 viene eletto miglior difensore nella D-League, la lega di sviluppo della Nba dove ha militato con la maglia dei Santa Cruz Warriors (società satellite dei Golden State Warriors), nel 2018 della Lega francese e nel 2019 di quella italiana. Questo ragazzo di 1,88 metri, con la pelle nivea, che ama spingere la transi- , alternando accelerazioni e espedienti di fosforo, è l'equivalente cestistico - per filosofia dell'idolo sulfureo del calcio, Eric Cantona. «Il mio gol più bello? È stato un passaggio», rimarcò il calciatore ex Manchester United in una pellicola di Ken Loach. Craft annuisce: «Nella prima partita contro Pistoia ho tirato solo due volte, ma mi sono divertito tantissimo. I miei compagni erano in ritmo, erano coinvolti e avevo il piacere di farli segnare. Questo lato del mio gioco può crearmi dei problemi sull'esterno, ma esistono molti modi differenti per avere un impatto vincente in una partita. L'assist è uno di questi».
Il play di Findlay studia la Bibbia nelle pause degli allenamenti. Prende appunti, interpreta, cerca un'ispirazione non mondana. Nelle scarpe da gioco e sui social ha impresso il passo 5,8 della Lettera ai Romani: «Dio invece mostra il proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi».
«La fede cristiana - spiega -non è una derivazione familiare, i miei genitori non frequentano la chiesa. La fede e non il basket dà un senso alla mia vita, al fatto che siamo qui. Quello che faccio non è per ricevere, ma per condividere l'amore che ho ricevuto, per restituirlo aiutando le altre persone».
L'ultimo pensiero, nell'America trumpiana che costruisce muri, è per i migranti lui che ha una diramazione familiare (la nonna paterna) nelle Filippine: «Fa rabbia constatare che non nasciamo tutti con le stesse opportunità e che in diverse parti del mondo abbiamo più di quello che necessitiamo. Dovremmo accogliere quante più persone possibile e riaccendere una speranza in loro. I muri ai confini degli Stati Uniti fanno sorridere, in fondo noi americani siamo tutti migranti». Ora Aaron può chiudere gli occhi e verificare l'intensità dei suoi sogni: «La prima immagine è Ohio State University, il luogo che mi ha formato per la persona che sono».

Simone Casalini

Corriere della Sera

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