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Venerdì 06 Dicembre 14:31

'Ogni cosa al suo posto': il profilo di Overtime su Milos Teodosic

 


C’è sempre stata una sorta di dissonanza nel veder giocare Milos Teodosic. Un corto circuito che funziona su più piani e su più livelli – ma sempre negli occhi di chi guarda, perché il giocatore è di un’integrità tecnica che conosce pochi termini di paragone – e che forse nasce dalla discrepanza tra le vette, altissime, che Teodosic promette e la realtà del gioco del basket che non riesce a stargli dietro, e ancora le nostre aspettative che restano incredule, disorientate come da una finta di passaggio.

Poterlo ammirare a un palmo di naso sui campi della Legabasket, come del resto sta accadendo anche con Sergio Rodriguez e Luis Scola, è un privilegio che si fa ancora più grande per chi segue da vicino la Virtus Bologna e può vedere anche il Teodosic degli allenamenti, della sala stampa, degli spazi esterni al campo e alla partita. Ed è anche un modo per riempire queste discrepanze, per sciogliere l’enigma.

Il primo Milos Teodosic, quello che gioca tra Železnik, Olympiakos e i primi anni al CSKA, è un gioiello di istinti cestistici purissimi, di quelli che si fanno fatica a contenere nei 28 x 15 in listelli di legno. Difatti il primo Teodosic è anche un esemplare dall’identità sfuggente, e la sua idea di pallacanestro resta schiacciata in un gioco di opposti: da un lato la tensione verso l’esterno, l’apertura al gioco di squadra di un assistman che ha in testa geometrie ariose per sfruttare ogni centimetro di campo; dall’altro l’inevitabile protagonismo di chi certe volte deve fare per conto suo perché gli altri non pensano velocemente quanto te, non pensano come te – ed è un ruolo che rischia di creare un’immagine di banale egoismo, di un basket votato all’apparenza prima che alla sostanza. Ettore Messina, che l’ha allenato al CSKA per poi ritrovarselo subito da avversario in NBA e adesso nel campionato italiano, ha immortalato questa dissonanza con parole efficaci: “È creativo, ha fantasia, è un artista. Io penso come un coach, più razionalmente, ed abbiamo naturalmente avuto alcuni scontri, ma lui può vedere cose che noi nemmeno immaginiamo. Essendo un allenatore so più o meno dove andrà la palla, anticipo la giocata. Teo è invece uno di quei pochi giocatori che riesce sempre a stupirti”. Senza contare che, più o meno dal suo esordio, Teodosic richiama il paragone con Pistol Pete Maravich, che nei decenni è diventato, a torto o a ragione, l’icona di un certo basket estetico, che vede la sua peggiore declinazione nel narcisismo: lo stesso Ettore Messina, del resto, l’ha paragonato a Vincent Van Gogh. Questa è l’accusa principale a cui si appoggia il fronte della critica, quando Teodosic anno dopo anno entra nella discussione per il migliore giocatore d’Europa: non avrà vinto troppo poco, obiettano alcuni, per i mezzi che ha a disposizione? Forse non è esattamente così – e del resto, mentre scriviamo la Virtus Bologna è imbattuta in Legabasket e ha un ruolino di marcia invidiabile in EuroCup. E forse, pochi casi come quello di Teodosic mostrano quanto sia inutile imbastire confronti storici e assegnare riconoscimenti individuali in un gioco di cui, col tempo, Teodosic sembra giunto a comprendere l’intima natura, e noi possiamo provare a comprenderla insieme a lui con lo stesso procedimento: mettere ogni cosa al suo posto.

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