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Lunedi 18 Luglio 13:29

John Fultz: "Nicholas gran colpo della Benetton"

Lo chiamavano Kociss. Lineamenti da sioux, taglio degli occhi asiatico, taglio dei capelli da pellerossa. Lunghi e lisci. E nerissimi. Nulla di strano, la nonna paterna era una Seminole della Florida a cui si sono aggiunti i cromosomi tedeschi del nonno. Se la mano di Malagoli, indimenticato cannoniere degli anni '80 a Udine e Verona, pareva una colt, quella di John Fultz non era meno precisa di un arco. E le sue frecce, precise e velenose. Arriv in Italia ne '71, come straniero di coppa della fenomenale Ignis dei Vittori, Flaborea, Zanatta e di un giovanissimo ma gi fenomenale Meneghin: alla finale di Coppa Campioni persa contro l'Armata Rossa di Serghey Belov fu l'unico dei gialloblu a salvarsi. Correvo come una gazzella e quando tiravo, sbagliavo poco: ma non bast. ricorda osservando con emozione il filmato in bianconero montato da Luca Codato per la mostra dedicata al grande Dino chiusasi ieri assieme alla decima edizione del riuscitisimo camp che ormai appartiene alla tradizione di questa comunit cadorina che cambia sindaci ed amministratori ma ne pretende l'amore sincero per lo sport di base.

A Varese si ferm solo una stagione perch Dan Peterson, appena arrivato a Bologna, lo volle nella nuova Virtus: il gioco veloce del Nano Ghiacciato e le percentuali dell'arciere di Boston laureatosi in filosofia a Rhode Island catapultarono le V nere al vertice del campionato, triplicando le presenze al Madison di piazza Azzarita. Non vinse lo scudetto ma solo la classifica dei cannonieri, spezzando canestri ed anche cuori. Contro l'indimenticabile fortitudino Gary Schull, fantastici derby duri ma corretti, da campioni d'umanit prima che di sport. Lasci la Virtus solo per l'arrivo di Tom McMillen, stella universitaria mandata dai pro a farsi le ossa in Europa. Lui prov la preseason con i Bullets della Nba, allora a Baltimora prima di trasferirsi a Washington, ma non venne scelto. Torn in Europa, ma in Svizzera, a Lugano: per evitare pesanti aste, uno straniero non poteva cambiare casacca in Italia se non dopo due stagioni. Alla fine dell'esilio, dorato ma senza molta consistenza tecnica, Amedeo Della Valentino punt su di lui per incastonare il grande basket nell'ibrida realt pordenonese: due stagioni nella Postalmobili accanto al rosso Wilber ed ad un veterano doc come Giulio Melilla che in regia faceva funzionare l'ingranaggio come un orologio. In Friuli le ultime cartucce di qualit prima del passaggio in Portogallo per i canestri dell'addio: a Lisbona nacque Roby, oggi apprezzato regista nella Fortitudo Climamio campione d'Italia. La rinuncia a Vujanic potrebbe liberargli il posto di titolare: se lo merita, bravo e sopratutto un play vecchia maniera, che pensa ai compagni prima che a se stesso. E poi un super difensore: chiedete a Bulleri... - assicura con un giudizio pi da tecnico che da genitore.

Proprio dal figlio e dai ventenni di oggi, parte il breve colloquio con questa icona del basket degli anni '80, quello dove si saltava forse meno ma si gocava di pi. E sicuramente meglio.

Oggi vedo ragazzi dai fisici possenti, colme una volta li ammiravi solo all'est. Il gap strutturale fortunatamente cambiato ma resta in parte quello mentale, dell'attitudine al lavoro, della voglia di migliorarsi. Da liceale mi dicevano: quando varrai come quelli del ghetto, sarai pronto per giocare in alto. Non solo questione di fame, ormai: in Russia come nella ex Jugoslavia il livello economico si alzato ma restano ugualmente i maestri nei fondamentali. Persino nei college Usa si fatica a trovare ragazzi preparati come gli europei che fra l'altro giocano di pi ed a 20 anni risultano pi esperti e furbi.

- Per fortuna, le eccezioni non mancano anche in Italia. Gigli, Bargnani, soprattutto il giovanissimo Belinelli...

Il materiale c' e va sfruttato. La cosa pi difficile far capire al ragazzo che migliorando il proprio bagaglio tecnico, automaticamente si migliora anche quello personale, umano, necessario alla fine della carriera per sopportare pressing e falli ben pi duri di quelli sopportati sul parquet.

- Questione di istruttori prima che di tecnici.

Io comprendo, da allenatore ormai esperto di ogni categoria, dalla A svizzera alla C2 calabra, che i giovani tecnici intendono il successo come la conseguenza dei soli risultati del campo: pochissime societ privilegiano la crescita dei talenti alla scalata in classifica. Cos anche nelle categorie regionali si preferisce il trentenne scafato al diciottenne immaturo.

- Due parole sulla nuova A1. Osservando tuo figlio a Livorno hai conosciuto Nicholas, il nuovo acquisto della Benetton. Che impressione ne hai ricavato?

Prima di tutto, un ragazzo in gambissima: questa una garanzia in ogni caso. Poi un tiratore formidabile, difficilmente marcabile anche dai difensori pi abili d'Eurolega perch la traiettoria parte sopra la testa. Come me.

- Pronostici per lo scudetto?

Troppo presto: le squadre sono ancora incomplete. Mi spiace solo per Pesaro: ha fatto una brutta fine. Ma non sono del tutto sorpreso: in tanti, troppi anni di tecnico con la valigia in mano, spesso anche nei campetti minori del profondo Sud, talvolta sdoppiandomi come insegnante d'inglese per manager, sono stato costretto a ricorrere ai giudici per ottenere le mie spettanze. Eppure parlo di cifre ridicole paragonate ai milioni di euro che girano fra i club di vertice: evidentemente non pagare i dipendenti uno sport nello sport, nel basket come nel ben pi ricco ma ineducato calcio. Colpa delle istituzioni prima che dei dirigenti: i club vanno controllati di pi.

Luigi Maffei

Il Gazzettino

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