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Giovedì 29 Dicembre 10:03

In memoria di Giancarlo Primo: il ricordo di Oscar Eleni

 Giancarlo Primo
Capodanno tra il cielo e la terra. Cos comincia larmonia dove ci porta il ricordo di Giancarlo Primo che ha voluto andarsene nella notte per non disturbare nessuno, perch quello era il suo stile, prima come giocatore di pallacanestro della scuola romana inventata dal futurista Ferrero, poi come allenatore, maestro per una generazione, sole del mattino nel settore femminile che da lui riebbe dignit, poi per la nazionale maschile in un decennio di scoperte, battaglie non sempre vinte e non sempre giuste, infine come guida per squadre di club dove respirava meno liberamente, ma dove trov lultimo trofeo, la coppa dei campioni vinta a Grenoble guidando Cant contro la Milano di Dan Peterson nel 1983.

La fretta dei coccodrilli notturni vorrebbe farci credere che consideriamo importante per la storia del nostro basket e del nostro sport questo gentiluomo perch nel 1970, ai mondiali di Lubiana, la sua Italia batt per la prima volta una selezione statunitense messa insieme con giocatori che stazionavano in Europa e fra i quali cera anche Joe Isaac, stella della Milano due di quei tempi, oggi allenatore degli universitari della Liuc, vittoria ottenuta con un gancio di Barabba Bariviera; perch nel 1977, agli europei di Liegi super per la prima volta la vera Unione Sovietica che non lasciava briciole al vecchio continente. Sintesi ingiusta dettata dalla poca conoscenza, perch luomo che ci ha lasciato marted notte a Civitacastellana, dove si era ritirato combattendo il suo male, stato davvero il padre spirituale e non soltanto tecnico di molte generazioni di giocatori e allenatori.

Lultima volta che ci siamo visti, dopo aver litigato spesso, fu negli spogliatoi di Grenoble. Lui aveva vinto la coppa dei campioni contro Milano, un capolavoro psicologico guidando la Cant del suo pupillo Marzorati, di Bariviera, che non era certo favorita, contro lo squadrone di Peterson dove cerano Mike DAntoni e Meneghin, un altro dei figli prediletti, il perno delle sue nazionali dal 1969 quando prese il posto del professor Nello Paratore agli europei di Napoli.

Fu un abbraccio, una cosa strana, un attrazione fatale dimenticando le tensioni passate, sapendo bene che quello poteva essere anche il capolinea di una onorata carriera vissuta al servizio della scuola italiana, reinventando i concetti della difesa, guidando per oltre 500 partite le rappresentative nazionali, costruendo, poco a poco, un movimento che, con la presidenza del suo fraterno amico Claudio Coccia, entr nellera moderna di questo sport, lasciando una traccia indimenticabile.

Abbracciandolo avremmo voluto dirgli tante cose, ma era la sua festa contro tutto e tutti, era la serata magica del Cantuki della famiglia Allievi, inutile chiedere ad un nobile cuore di confessarsi. Ci eravamo lasciati convinti che il basket avrebbe regalato altre occasioni per discutere e litigare come nei tempi della giovent quando le sue aspirine curavano un giovane assetato di sapere cestistico nel raduno delle nazionali a Cortina, nei giorni in cui non era pi il caso di discutere, come allievo di Luisito Trevisan, sulle nuove regole per un pallone pi piccolo da far usare alle ragazze, perch la chiamata della Gazzetta aveva interrotto ogni rapporto e cambiato lorizzonte. Non stato cos perch non abbiamo memoria n rispetto.

Volergli bene stato facile fin dai giorni in cui il professor Guerrieri, raccontava aneddoti su quel gruppo romano, Primo, Cerioni, Costanzo, parlandoci di Elliot Van Zandt, il padre dei fondamentali per una scuola ancora alle elementari, che nei raduni con gli azzurri sorprendeva sempre quei pariolini nascosti dietro ad occhiali scuri: Ehi Pimo hai dormito cos poco stanotte?.

Lui neg sempre, perch nella sua missione come capo allenatore aveva proprio voluto togliere quellaura goliardica che aveva spinto le nostre nazionali, dalle Olimpiadi di Londra del 1948 dove fu giocatore, verso cieli pi chiari. Cominci rivoluzionando la squadra azzurra, via i veterani a parte Flaborea, dentro i giovani, da Marzorati a Meneghin, da Zanatta a Bisson, andando contro lopinione pubblica. Era la sua missione e lha combattuta fino agli europei sfortunati di Torino del 1979 quando chiuse con la nazionale avendo vinto meno di quanto meritava, due bronzi europei, un quarto posto olimpico a Monaco e un quarto ai mondiali di Manila per un tiro allultimo secondo del brasiliano De Souza.

Ieri il basket lo ha salutato con un minuto di silenzio, un minuto che ci ha fatto camminare vicino ad un gigante, orgogliosi di averlo conosciuto, scoprendo che ci si pu voler bene anche non pensandola alla stessa maniera.

Oscar Eleni

Il Giornale

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