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Giovedì 24 Agosto 06:20

La lunga estate di Frates "Fortitudo, la mia occasione"

"Non sono un duro, chiedo attenzione e parlo con tutti"

A diecimila chilometri da queste poltroncine nella catacomba dellhotel giapponese dove Fabrizio Frates seziona al videotape, tutti i santi giorni, la prossima avversaria degli azzurri, ci sarebbe pur sempre Bologna, e ci sarebbe da parlare di Fortitudo, tra di noi e per voi, il vecchio pellegrino di Basket City ed uno nuovo che ci sta arrivando, ha preso casa dove stava Repesa e adesso avr, come primo problema, quello di trovare lasilo per la bimba.
Ma di Fortitudo che si pu dire, se lui dice di sentire, a Bologna, solo gli assistenti per i dettagli del ritiro, e se mercato non c, prima di sapere come finiranno questi Mondiali, Belinelli e tutto il resto. Sintetizza: C una casella Usa da riempire, fra guardia e play, tutto qui. Per me, qui ed ora, c solo il Mondiale. Basta e avanza, credimi.
Frates lo conosco da una vita. Passa per antipatico, cos altero, distaccato, diciamo pure superiore, con quei due metri che faticano a scendere gi. E colto, intelligente, spiritoso, uno con cui passare una sera a cena. E chiss allora perch non se la stacca, quelletichetta cos araldica. E vero, per chi si ferma alle apparenze sembro uno che tiene le distanze. Non cos, per non sono un paraculo e mi concedo poco. E forse questo talvolta nuoce. Ma la mia natura, non saprei fingere. Passa pure per uno che coi giocatori duro, dialoga poco, ascolta meno. Poco o niente, pure qui, con Beli e Mancio, ma risponderebbe, a tono, che qui, tutti e tre, stanno lavorando per unaltra azienda. Non sono duro, ma esigente. Chiedo impegno, attenzione e professionalit ad alto livello. Ma mi relaziono con tutti, nel modo giusto con ogni diverso interlocutore. Qui si lavora, insomma, e non si gioca, se posso riassumere. Milanese, direi, con un altro luogo comune.
Milanese danni 47, esattamente, Fabrizio Frates, oggi pap di Stella, due anni, nata allindomani del podio olimpico di Atene (volevamo chiamarla Argenta, poi faceva troppo Fiat), architetto che per un po ha progettato case, poi s diviso fra tecnigrafo al mattino e palestra al pomeriggio. Infine, spenta la lampada, ha scelto di fare solo basket. Fu a Cant, la stagione 89-90. Avevo fatto il vice a Recalcati, lui and a Reggio Calabria, in societ chiesero se me la sentivo. Lavoravo in studio e allenavo, mi presi un anno per staccare di l, provare e decidere se era davvero la mia strada. Sono ancora qua, e fanno gi 17. Prima, ero stato uninfima ala forte nella Pallacanestro Milano, nota come AllOnest. Smesso nell85, alla laurea. Poi giovanili, assistentato, eccetera.
Parliamo doggi, adesso. La Fortitudo lhanno fatta altri, e non credo sia la sua filosofia. Arrivato, avr le chiavi duna macchina, Fiat, Mercedes o chiss cosa, che non ha scelto lui. E la guider. Visti i tempi dellingaggio, non cera alternativa. Non nego che uno vorrebbe sempre partecipare, ma ci si adegua e ci sono situazioni che si vivono di volta in volta. La Fortitudo era una stimolante occasione professionale e ho creduto di doverla prendere al volo. Poi, non bisogna pensare che altre realt minori siano meno qualificanti, o sia meno faticoso o meno bello essere promossi a Reggio Emilia. La differenza oggi la fa lEurolega, il secondo torneo del mondo dopo la Nba. Lassaggiai a Treviso, quandero agli inizi, ho fatto a Siena quella della Fiba, lanno dello scisma dellUleb e delle due coppe. E il massimo, ed cresciuta ancora.
Treviso, gli inizi. Meglio: il grande club che passava a 34 anni, macin il giovane rampante e lo ributt nella cayenna. A Treviso andai nel 93, dopo lera Kukoc e Del Negro, con una squadra cambiata ma non ancora ringiovanita, un mix di personalit forti. Partii bene, vincemmo subito la Coppa Italia, poi la stagione fin in calando. Vista adesso, ero troppo giovane, avevo fatto solo i tre anni di Cant, bene, ma in un contesto di societ-famiglia che a Treviso non potevo ovviamente ritrovare. S, non ero ancora pronto. Cos andai in A2. Arese, Montecatini, Gorizia. Due promozioni in tre anni. Tornai a Cant. Poi Siena e Udine. E i tre anni di Reggio: ognuno un bel ricordo. La promozione in A1, la finale di Coppa Italia, una bella Uleb Cup. Il posto cui sono pi legato, con Cant. Meno belli? Beh, A Treviso fu durissima, per formativa. A Siena il primo fu splendido e il secondo raggiungemmo gli obiettivi societari, poi ci fu il distacco con parte del pubblico. Una minoranza rumorosa, con cui ruppi. A Siena non unesclusiva.
I treni ripassano. Bologna, anche non pi imperiale, anche non pi di Re Giorgio, anche mormorata da tanti per quello che, con Martinelli a bordo, le capiter, resta sempre una capitale, per chi ci arriva, anche posando la Samsonite e non la valigia di cartone. S, questa la mia occasione, il grande club offerto in piena maturit. Un incarico di prestigio, in un posto diverso, unico, per tutti noi del basket. Certo, arrivo in un momento di rinnovamento completo. Societ, tecnico, squadra. Sento che qualcuno ne diffida, ma fosse stato il mio caso non sarei venuto. Poi, a dire il vero, le diffidenze non le ho neppure avvertite. A Bologna sono stato quattro ore, il tempo di firmare. Venivo da Atene, andavo a Berlino, poi in Corea, poi qui, non so davvero cosa si dica in Italia. Ne ho parlato con Charlie, stato il primo a dirmi di non esitare, anche nelle ore in cui il passaggio da Reggio stato davvero tormentato.
E arrivato, alla fine, il momento di contare. Belinelli s o no? Io Marco lo conto, eccome. Spero di poterci lavorare, di poterlo aiutare a crescere ancora. Ma sono tranquillo perch, se anche lui non ci fosse, saremo lo stesso competitivi. E conto pure Mancinelli. Che deve fare progressi, ancor pi di Belinelli. Contiamo, allora, fino a dodici. Quattro play: Rombaldoni, Hamann, Cavaliero, Fultz. Due guardie: Belinelli, Janicenoks. Quattro ali: Mancinelli, Bluthenthal, Shumpert, Ress. Due centri: Thomas, Evtimov. E ne manca uno... Sar meglio ricontare a Bologna. Un gelato alla Cremeria del Navile, gi cara a Repesa, due passi da casa. Il Frates fortitudino comincer l, dimesso il Frates nazionale.
walter fuochi

La Repubblica

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