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Sabato 02 Novembre 09:46

La Nba scopre il resto del mondo

I giocatori Usa si sono impigriti

Disse, in estate, un giocatore italiano del quale preferiamo tacere il nome: «Se hanno ingaggiato Mehmet Okur o Gordan Giricek, allora un posto l’avrei potuto avere anch’io». Peccato. Questione di mentalità e di umiltà: lui non l’ha avuto, il contratto; il turco e il croato sì. Altri due che rafforzano la «legione straniera» della Nba, salita a 67 unità contro le 52 dell’annata 2001-2002. E l’altro giorno il croato dei Memphis Grizzlies si è permesso di segnare 29 punti ai Dallas Mavericks. Benvenuto, Gordan, tra i forestieri di successo, un «club» nel quale ben 27 sono i giocatori dal passaporto europeo. È l’aria di Memphis a fare bene ai giocatori non statunitensi? Parrebbe. L’anno scorso la respirò Pau Gasol e il fuoriclasse catalano venne nominato miglior esordiente dell’intera stagione: un titolo strameritato, che gli americani avevano sempre assegnato a uno di loro. Ma in realtà non c’entrano le componenti esterne o le spinte del destino se un giocatore del «resto del mondo» diventa da Nba. Conta, piuttosto, l’attitudine. È decisiva la capacità di soffrire e di pazientare.
Georgi Gluchkov, per anni colonna di Caserta, non aveva qualità sopraffine. Ma lottava, tirava gomitate, piazzava blocchi per i compagni. Un bel giorno del 1985 fu incredibile - eppure vero - constatare che il «muro di Berlino» del basket l’aveva abbattuto un ragazzo sì dell’Est, ma non del filone più pregiato, quello sovietico o jugoslavo. Chi avrebbe scommesso che il primo giocatore non statunitense dei professionisti sarebbe stato un bulgaro? Nessuno. Gluchkov, all’Europeo in Germania, fu segnalato da due giornalisti italiani a Richard Percudani. Lo scout dei Phoenix Suns fu colpito da un episodio: «L’ho visto saltare e ferirsi lo zigomo contro il tabellone...». Strillava di incredulità, Percudani: «Ehi, avete capito che cosa ho detto? Con la faccia è arrivato quasi all’altezza dell’anello...». Poteva bastare. Gluchkov divenne un mito in Arizona, accolto con curiosità e con un nomignolo: «The bulgarian banger». E via ai lavori forzati: rimbalzi e difesa.
Diciassette anni dopo, passando per le esperienze agrodolci del povero Petrovic (panchina a Portland, infine la giusta valorizzazione nei Nets, interrotta dalla morte in un incidente d’auto) o di Toni Kukoc (anche per lui tanta gavetta prima dell’esplosione a fianco di Jordan a Chicago) è tutto un altro mondo. Innanzitutto per i numeri: Gluchkov era solo, oggi gli stranieri rappresentano circa il 20% del totale dei tesserati. La globalizzazione avanza e apre le porte del business Nba: 210 tra Paesi e Territori, grazie a 139 emittenti televisive, vedranno le partite. Commentate in 42 lingue, una «babele» di successo perché tanti popoli differenti avranno almeno un beniamino di riferimento.
Ma è un altro mondo pure per la qualità richiesta agli stranieri. E da questi offerta. Il cinese Yao Ming non è diventato una storica prima scelta assoluta solo grazie ai buoni uffici di un colosso dell’abbigliamento sportivo, ma anche per le sue doti: è alto, grosso, veloce, tira bene. Quando avrà perfezionato i movimenti e si limiterà nei falli, potrà dominare. E che dire di Manuel Ginobili, l’argentino di Bologna? Non sarebbe mai diventato un potenziale titolare fisso dei San Antonio Spurs se la sua esplosività non fosse stata coltivata nelle stagioni alla Virtus.
Ingaggiare uno straniero, insomma, non è più un fatto occasionale o di costume: è una scelta tecnica, soprattutto ora che l’avvento della difesa a zona (prima proibita) ha avvicinato il basket che si gioca in Europa o altrove a quello della Nba. Addirittura, ci si guarda alle spalle: Portland, per sistemare una squadra precipitata nell’anonimato, ha convinto il 38enne Arvydas Sabonis, lituano, a tornare. «Cestisti come Nowitzki, Stojakovic o Gasol hanno un’agilità pari a quella dei migliori atleti di colore» commentava poi in questi giorni Stu Jackson, uno dei vicepresidenti della Lega: una dichiarazione che equivale a una certificazione di qualità. Il reclutamento esterno è partito e non finirà più: le nuove frontiere sono l’Asia e soprattutto il Sud America, perché l’Argentina, sconfiggendo per prima il Dream Team ai Mondiali 2002 di Indianapolis, ha creato uno choc che farà tendenza. Di nuovo Jackson: «I giocatori statunitensi si sono impigriti, mentre gli stranieri hanno mille stimoli e sono diventati più forti».
Corri, allora, America del basket: il mondo ti sta inseguendo. Forse un giorno ti raggiungerà.
Flavio Vanetti

Il Corriere della Sera

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